Martedì 24 Novembre 2009 ore 08:38
Chi di voi ha un figliolo lo sa bene. I ragazzi crescono, formano una propria personalità e seguono la propria strada. C’è poco da fare. Lo faranno indipendentemente dal fatto che noi li si cerchi di guidare.
I vini non sono poi così diversi dai figlioli. Specie quelli che si fanno rifermentare in bottiglia. Perché finché stanno nelle vasche, si possono controllare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Cullarli e indirizzarli verso una direzione ben precisa. Ma una volta messi in bottiglia, ragazzi miei, esce la loro vera personalità.
E così succede che il padre non riconosca il figlio fino alla fine. Fino all’ultimo sorso. Ma atteniamoci ai fatti: il luogo è l’Acetaia San Giacomo. L’occasione Lambruschi2. Il vino è il caleidoscopico Sottobosco Ca’ De Noci. Che ti frega. Perché ti parte con la salvia, netta, folgorante e un po’ di elegante balsamico che ti spiazzano un po’. In bocca è strano, parte bene, ma a metà ti spiazza: va in caduta libera per poi risalire pazientemente. Ma la bottiglia è appena aperta, e ti rendi conto subito che forse è meglio fargli prendere un po’ di aria.
Così lo riassaggi dopo un’ora. E pensi di aver sbagliato bottiglia, perché adesso ti porta ai tropici, ti offre un frutto della passione che ti sembra di mettere il naso in un succo di frutta Tropical. Esce poi la mora di rovo. Ma solo alla fine. Quella mora di rovo che Giovanni, l’enologo, aveva a lungo cercato e voluto, prima in cantina e poi durante tutta la serata di assaggi di lambruschi/non lambruschi alla cieca. E anche in bocca cambia, livellando quell’andamento ondivago dei tannini che l’ha fatto risalire nella classifica finale. Perché c’è stata una classifica finale, che ha decretato vinti e vincitori. Ma non ci interessa. E nemmeno interesserà a voi sapere che abbiamo massacrato un tre bicchieri, o che ci siamo tutti trovati d’accordo sul vincitore di una classifica che è stata più un gioco che altro. Ma questo poco importa, perché non c’era nessun critico, nessun guidaiolo, ma tutti scribacchini del web con il pallino del wi-fu, dal Piemonte alla Campania, riuniti in un vecchio casale della pianura padana per officiare la rinascita del Lambro, del vino che un tempo era da bere, e non da giudicare.
Finita la sbevazzata, a onor di cronaca, abbiamo proseguito con tortelli, reggiano di diverse età innaffiato di balsamico del padrone di casa e un fantasmagorico erborinato homemade da applausi.
Abbiamo finito con la Pandegusta, un assaggiamento di Panettoni in vista del Natale. Tralasciamo volentieri perché erano uno peggio dell’altro. Vediamo chi avrà il coraggio di scriverne.
Foto rubata a Intravino, dove Giovanni ha descritto (molto meglio di me) la sua serata
commenti sul post "Di Lambruschi2 e del figliol prodigo"
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24 Novembre 2009 ore 10:05 | bucanero | http://www.paladar.it
Un caro saluto, bella foto della serata, con ottima descrizione dell'imbarazzo di Ca' de noci...
Credo che della pandegusta ne parlera' Caffari, con la penna affilata come il coltello :)
Marketing, questo sconosciuto
Ogni mese in Italia, 11.000.000 di persone cercano su Google la parola “marketing”. Nel mondo sono 66 milioni. Siamo sopra la media. Per carità, sempre meno dei 13,5 milioni di utenti che cercano “sesso”, ma anche il marketing tira. Certo, di questi tempi non si può che abbracciare il verbo del damose dafà. Che tradotto significa: troviamo nuovi clienti per la nostra azienda.
Bella scoperta. Ma cos'è sto marketing? Si sprecano corsi, ricorsi, bignami e fascicoli settimanali. Lungi da noi metterci a dare la nostra definizione. Ma, a ragion veduta del nostro lavoro quotidiano ci sentiamo di mettere in guardia le aziende da due rischi che notiamo essere ricorrenti.
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Ridurre il marketing alla sola comunicazione. Per vendere serve un Prodotto che incontra le richieste del pubblico, un Prezzo adeguato e un canale distributivo efficace ed efficacie. Se questi elementi non ci sono, si può cercare alla voce “miracoli”.
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Ridurre il marketing al solo aspetto commerciale. Serve a poco spingere agenti e distributori sull'orlo dell'esaurimento. Di nuovo: serve il prodotto, serve il prezzo, ma serve anche una comunicazione che possa dare un valore a tutto ciò. Non è mai il prodotto in sé, ma il significato che ha, i valori che esprime il consumtore attraverso la sua scelta.
Insomma, la verità sta nel mix.

