Venerdì 29 Gennaio 2010 ore 14:53
Nato in ambito informatico, il termine open source è però diventato di uso comune anche in molti altri settori. Recentemente anche in campo enogastronomico.
Lo spunto per scrivere questa breve riflessione mi arriva infatti dall’iniziativa Myfeudo. In poche parole: 13 esperti-giornalisti-ristoratori-wineblogger verranno chiamati al confronto con il vino ufficiale di Casa Zonin che Franco Giacosa e Antonio Cufari stanno assemblando. In che modo? Proponendo la loro cuvee di Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, basandosi sugli assaggi delle singole basi che verranno inviate loro. Seguendo le indicazioni dei partecipanti verranno quindi realizzati, dal Feudo Principi di Butera, azienda siciliana della famiglia Zonin, 13 vini diversi, che si confronteranno tra di loro e con il vino ufficiale durante il prossimo Vinitaly. Ma questa sembra essere solo la prima parte del progetto che, per dirla con le parole di Francesco Zonin, arriverà oltre: “si parte dal blend, per passare poi alla scelta dei vitigni da usare nel blend stesso, per passare infine alla questione più importante e delicata, la vigna”.
C’è un altro progetto che ha preso ispirazione dal mondo open source: la birra Open del birrificio Baladin. Open Baladin è, oltre al nome dei locali che Teo Musso sta aprendo in Italia, una birra attorno alla quale ruota un progetto abbastanza complesso che prevede la riconquista di pub e birrerie da parte della birra artigianale e la partecipazione degli homebrewer alla definizione della ricetta della birra stessa. Per fare questo Teo ha reso pubblica la ricetta che lui ha messo a punto, che è poi anche quella che utilizza per produrla e metterla in commercio. Ha poi focalizzato il suo annuale concorso per homebrewer “Una birra per l’estate”, che si svolge da anni a Piozzo, proprio sulla Open, per avere un momento di confronto e di scambio proprio sulla ricetta ed eventualmente modificarla proprio grazie alle indicazioni della comunità.
Entrambi i progetti hanno avuto e continuano ad avere i loro sostenitori e i loro detrattori. Ma non è della bontà di questi progetti che voglio parlare (mi piacciono entrambi).
La vera domanda da porsi è: possono un vino e una birra essere definiti open source?
Se riguardiamo un po’ la definizione dell’inizio, il fatto che un vino possa essere open source lascia qualche dubbio. Perché un vino non potrà mai rilasciare i propri “sorgenti” e la sua realizzazione finale sarà sempre e comunque relegata a un gruppo, più o meno numeroso, di utenti, scelti dall’azienda. Perché le vigne son dell’azienda. Perché i terreni son dell’azienda. Perché la gestione è dell’azienda. Perché da quel terreno, da quei vigneti e da quella gestione uscirà un vino e delle basi unici e irripetibili. E quindi se voglio contribuire a modificare quel determinato vino devo avere accesso come minimo alla cantina dell’azienda.
Per la birra è invece tutto più semplice: il malto può essere lo stesso per tutti, così come il luppolo. Entrambi si trovano facilmente in commercio. Sicuramente cambia la qualità dell’acqua che ognuno ha a disposizione. Ma la “clonazione” e la modifica di una birra, di quella birra, è molto più semplice e alla portata di tutti. E soprattutto è possibile avere a disposizione tutto il materiale per lavorarci senza dover passare per forza attraverso chi la ricetta l’ha creata.
Alla fine io voto birra.
commenti sul post "Open source sì, open source no"
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09 Febbraio 2010 ore 12:42 | Jerry Ferreri | http://www.ambaradam.com
Guarda ci sono elementi quali il terroir che sono dell\'azienda tali da non potere estendere il concetto di open source al vino.
Ma quando penso alle varietà più diffuse sul mercato, soprattutto del nuovo mondo, Cabernet, Shiraz, Merlot, Chardonay, Pinot, non riesco a non pensare a questi vini come dei commodity che sono di tutti e i cui vitigni possono essere piantati da tutti ovunque si possa coltivare una vigna.
Allora questi vignaroli sono un pò open source se confrontati a quelli che producono varietà autoctone come sull\'Etna o in mille altre regioni del vecchio mondo.
Non so se il paragone regge... ma potrebbe essere una interpretazione.
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Marketing, questo sconosciuto
Ogni mese in Italia, 11.000.000 di persone cercano su Google la parola “marketing”. Nel mondo sono 66 milioni. Siamo sopra la media. Per carità, sempre meno dei 13,5 milioni di utenti che cercano “sesso”, ma anche il marketing tira. Certo, di questi tempi non si può che abbracciare il verbo del damose dafà. Che tradotto significa: troviamo nuovi clienti per la nostra azienda.
Bella scoperta. Ma cos'è sto marketing? Si sprecano corsi, ricorsi, bignami e fascicoli settimanali. Lungi da noi metterci a dare la nostra definizione. Ma, a ragion veduta del nostro lavoro quotidiano ci sentiamo di mettere in guardia le aziende da due rischi che notiamo essere ricorrenti.
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Ridurre il marketing alla sola comunicazione. Per vendere serve un Prodotto che incontra le richieste del pubblico, un Prezzo adeguato e un canale distributivo efficace ed efficacie. Se questi elementi non ci sono, si può cercare alla voce “miracoli”.
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Ridurre il marketing al solo aspetto commerciale. Serve a poco spingere agenti e distributori sull'orlo dell'esaurimento. Di nuovo: serve il prodotto, serve il prezzo, ma serve anche una comunicazione che possa dare un valore a tutto ciò. Non è mai il prodotto in sé, ma il significato che ha, i valori che esprime il consumtore attraverso la sua scelta.
Insomma, la verità sta nel mix.

