Mercoledì 03 Marzo 2010 ore 11:36
L’arte di assaggiare l’olio - degustare direbbe qualcuno - è pratica difficile e faticosa. E quando dico faticosa mi riferisco proprio alla fatica fisica che deriva dalle violente aspirazioni che si debbono fare per percepire al meglio le caratteristiche dell’olio per via retronasale. L’inevitabile abbondante afflusso di ossigeno al cervello provoca stordimento, vertigini, sensazioni simili all’iperventilazione, molto ben conosciute a chi, anche per una volta nella vita, ha provato la nobile disciplina dell’apnea subacquea. L’olio poi è invasivo, penetrante e persistente, tanto da necessitare una pulizia accurata della bocca con una mela Granny Smith - quelle dalla buccia verde che usano anche nella pubblicità della Mentadent per intenderci - fra un assaggio e l’altro. E guai a sbagliare mela.
Sono veramente poche le persone che in Italia si dedicano con dedizione e professionalità all’assaggio dell’olio, meno ancora le benemerite che si impegnano per la sua divulgazione. Eppure ce ne sarebbe un gran bisogno. Perché siamo ancora nella condizione per cui al supermercato e al ristorante troviamo, purtroppo, olio di scarsa qualità. Ma non darei tutta la colpa, come si è soliti fare, alle grandi multinazionali dell’olio. Mi sento di condividere le parole di Anna Veronese: “Personalmente non credo che fare la guerra alle grandi multinazionali che commercializzano “Extra Vergine” sia la strada giusta per i piccoli produttori. Non è sparando a zero contro le varie Carapelli e Bertolli che il piccolo riuscirà a farsi strada. Ma piuttosto insegnando al consumatore che l’Extra Vergine di massa è altro dall’Extra Vergine di nicchia. Che è impossibile (se non molto improbabile) trovare un Extra Vergine di nicchia in una catena di supermercati, proprio perché la nicchia non produce le quantità necessarie per una tale produzione. Che produrre un Extra Vergine di nicchia permette maggiori attenzioni e cure, che non una produzione di milioni di litri. Insomma, sempre secondo la mia modesta opinione: l’Extra Vergine di nicchia dovrebbe emergere per le sue maggiori qualità oggettive, piuttosto che per la soddisfazione di sparare a zero contro quello di massa”.
Un anno fa, a Genova, mi trovai a scambiare due parole con Mario Ciampetti, simpatico e valido produttore a Spello, che alla Vinix Unplugged Unconference di Genova chiedeva una mano ai "comunicatori" per promuovere l’Extra Vergine di qualità. Gli risposi che prima di informare sarebbe il caso di educare. E stranamente è un discorso che mi sono ritrovato a fare pochi giorni fa con Patrizia Rampa, capendo che ci tengo molto.
Solo riuscendo a formare la coscienza critica del consumatore saremo in grado di far emergere quelle piccole realtà che fanno davvero qualità. Quindi, per me, la parola d’ordine è una sola: formazione, formazione, formazione.
Ecco, la strada è segnata. Adesso serve qualcuno che ci aiuti a percorrerla.
commenti sul post "Ave Evo"
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03 Marzo 2010 ore 18:05 | Patrizia | http://www.il-brolo.it
Ciao Davide e grazie per questo post, piano piano si stà muovendo qualcosa anche nel mondo dell'olivicoltura e spero di vedere sempre più contenuti come questo, in rete.
Condivido anche io il pensiero di Anna Veronese, non serve a nulla lottare contro le multinazionali, al contrario, l'unica nostra forza (piccoli produttori) è di continuare a lavorare con quella cura artigianale che ci distingue e, con serietà, per raggiungere livelli qualitativi sempre più elevati; non devono mancare inoltre trasparenza ed onestà nei confronti del mercato, Il tutto con la volontà di accorciare sempre più la distanza tra consumatore e produttore.
Attraverso il rapporto diretto con il consumatore, possiamo infatti contribuire, nel nostro piccolo, ad educarlo ed avvicinarlo ad una maggiore conoscenza dell' olio extravergine e fare in modo che possa almeno scegliere con maggiore consapevolezza.
Penso comunque che anche leggi, controlli e pene più severe siano necessarie.
Ciao
Pat
03 Marzo 2010 ore 19:48 | Anna Veronese | http://www.perlenere.net
Ciao Davide,
gran bella riflessione la tua.
Formare la coscienza del consumatore non aiuterebbe solo chi, sulla qualità, costruisce la sua realtà, ma pure gli stessi consumatori che - potendo scegliere con più consapevolezza e cognizione - sarebbero meno soggetti a truffe e brutte sorprese.
Sarebbe, come si dice? davvero una "soluzione win win" :)
Ciao
anna
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Marketing, questo sconosciuto
Ogni mese in Italia, 11.000.000 di persone cercano su Google la parola “marketing”. Nel mondo sono 66 milioni. Siamo sopra la media. Per carità, sempre meno dei 13,5 milioni di utenti che cercano “sesso”, ma anche il marketing tira. Certo, di questi tempi non si può che abbracciare il verbo del damose dafà. Che tradotto significa: troviamo nuovi clienti per la nostra azienda.
Bella scoperta. Ma cos'è sto marketing? Si sprecano corsi, ricorsi, bignami e fascicoli settimanali. Lungi da noi metterci a dare la nostra definizione. Ma, a ragion veduta del nostro lavoro quotidiano ci sentiamo di mettere in guardia le aziende da due rischi che notiamo essere ricorrenti.
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Ridurre il marketing alla sola comunicazione. Per vendere serve un Prodotto che incontra le richieste del pubblico, un Prezzo adeguato e un canale distributivo efficace ed efficacie. Se questi elementi non ci sono, si può cercare alla voce “miracoli”.
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Ridurre il marketing al solo aspetto commerciale. Serve a poco spingere agenti e distributori sull'orlo dell'esaurimento. Di nuovo: serve il prodotto, serve il prezzo, ma serve anche una comunicazione che possa dare un valore a tutto ciò. Non è mai il prodotto in sé, ma il significato che ha, i valori che esprime il consumtore attraverso la sua scelta.
Insomma, la verità sta nel mix.

