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I perchè di Soul Kitchen

Soul Kitchen mi incuriosisce. Il cibo dell’anima, più o meno. Film turcotedesco premiato alla Mostra del Cinema di Venezia, uscirà in Italia l’8 gennaio. Fatih Akin è il regista, quello della Sposa turca per intenderci. Soul Kitchen è un film di frontiera, e già questo mi piace. Si parla di immigrazione e incontro di culture tra i fornelli, una rivoluzione della comune idea di cucina. La trama in breve: Amburgo, un ristorante in crisi, l’arrivo di un nuovo cuoco, il menù stravolto secondo gli insegnamenti del cuoco Ferran Adrià. Cucina tradizionale contro cucina innovativa (molecolare?). E poi un filo sottile che lega cibo e anima. La musica, la farina che amalgama il tutto. Prendete sapori e suoni, metteteli in una grande pentola: è poesia. E io penso che a casa mia si è sempre cucinato con la musica. Un incrocio tra forme d’espressione, un crossing over, come il nome del documentario del regista sulla musica turca. Insomma questo film io lo voglio vedere. Intanto anticipo il trailer. E rispolvero Soul Kitchen dei Doors.

La Badia: il vinino che viene dal Monferrato

Guardo la bella etichetta della Barbera La Badia e penso che ho appena bevuto un ottimo vinino. Nella versione più nobile del termine, quella redatta da Angelo Peretti, che ha dato nuova dignità a questa tipologia di vino. Un vino da compagnia, da tavola, da lunghi pranzi e chiacchiere della domenica.

Sono poco preparato sull’universo Barbera, e allora studio un po’. Apprendo dall’etichetta che sono di fronte a una Barbera del Monferrato. Che ho scelto perché, in questo caso, è un vino che fa solo acciaio. Meglio partire dalle basi quando si deve imparare.
Leggo che è un vino fruttato. Vero. Che ha un corpo medio. Vero. Che può essere leggermente abboccato. Vero.
Si potrebbe parlare di un naso non banale, del suo colore rosso rubino poco carico, ma qui e ora mi interessa di più parlare di una bevuta che è lineare, corretta, elegante nella sua semplicità. Di un percorso in bocca che è un po’ ondivago, con una leggera caduta al centro, ma che risale nel finale. Che è caldo e appagante.
Non aspettatevi che vi ripulisca perfettamente la bocca se avete a che fare con piatti grassi o importanti, ma sarà un compagno fedele per la tavola di tutti i giorni. Che non è poco. State solo attenti, perché la bottiglia finisce prima di quanto vi aspettiate.
Un vino da bere. Un vino che riporta, finalmente, al pianeta terra.

Grazie a Barbara e alla Cantina La Maranzana per averci fatto partecipare a questo Tasting Panel.

Il Lambro e le donne

Una bella serata. Di più. Una bellissima serata. Di più. Una fantastica serata. Di più. Una serata memorabile.

Questo e molto altro ancora è stato Lambruschi2. Lambrusco, tortelli, erborinati homemade con polenta di storo, pandegusta finale, tanti amici. Cosa chiedere di più da una serata autunnale nel mezzo della birrosa nebbia della Val Padana?
Eppure io, che non sono mai contento, un difetto glielo voglio trovare. Sia ben chiaro, ci ho messo quasi una settimana, ma alla fine il difetto gliel’ho trovato. Alla faccia della meravigliosa accoglienza di Andrea Bezzecchi e della sua Acetaia San Giacomo, all’impeccabile organizzazione di Alessandro Setti, ai secolo Patatone, che ha avuto l’idea e l’ha gestita dal punto di vista logistico, in barba ai centinaia di chilometri che quasi tutti si sono sorbiti per partecipare all’evento Reggiano dell’anno.
Il difetto è bello grosso: eravamo (quasi) tutti masculi.
Ad eccezione della bella Dania, che ha illuminato la serata, i palati presenti erano tutti di sesso maschile. Non che la serata sia degenerata a canottiera e rutto libero, come ha insinuato qualcuno, ma un punto di vista diverso sarebbe stato prezioso. È capitato infatti che sia stata fatta una votazione finale, in cui ognuno poteva esprimere tre preferenze. E che tutti i voti siano confluiti su tre vini: quelli di Camillo Donati, 5 Campi e Ca’ de Noci. Con mia grande sorpresa, che mi aspettavo una maggior spaccatura nelle preferenze.
Perché i “nuovi” lambruschi e non-lambruschi, quelli della nouvelle vague per intendersi, sono spesso vini verticali, caratterizzati da fulminanti secchezze, di quelli che ti raddrizzano la spina dorsale. Vini ruvidi, forse difficili, sicuramente spiazzanti.  Qualcuno direbbe “da uomini”, ma io ci credo poco. Credo poco nella suddivisione dei gusti fra uomini e donne, credo molto di più nella regola del buono e del non buono. Che è universale.
Perché di esempi di palati femminili eccellenti ce ne sono eccome, anche se, a sfogliare riviste specializzate, guide e siti internet se trovano ben pochi. Sembra quasi che il web sia diviso fra le signorine che scrivono le ricette e dissertano di pasta madre e i maschietti che girano per ristoranti e bevono vino. Non se ne può più.
E io non ci dormo la notte: cosa avrebbero pensato dell’elegante ruvidità di Camillo Donati? Della spigolosa dolcezza di Mazzi e Tasselli? Dell’inaspettata salvia di Ca’ de Noci. Dei deludenti panettoni della pandegusta finale?
Se tutto va bene Lambruschi3 sarà organizzato in Franciacorta, ospiti di una eccellente imprenditrice del mondo vitivinicolo. Obiettivo primario, per me, riuscire a portare qualche rappresentante del gentil sesso.

Fatevi avanti, non siate timide.

 

Foto nuovamente rubata a Alessandro Morichetti e Intravino

Di Lambruschi2 e del figliol prodigo

Chi di voi ha un figliolo lo sa bene. I ragazzi crescono, formano una propria personalità e seguono la propria strada. C’è poco da fare. Lo faranno indipendentemente dal fatto che noi li si cerchi di guidare.

I vini non sono poi così diversi dai figlioli. Specie quelli che si fanno rifermentare in bottiglia. Perché finché stanno nelle vasche, si possono controllare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Cullarli e indirizzarli verso una direzione ben precisa. Ma una volta messi in bottiglia, ragazzi miei, esce la loro vera personalità.
E così succede che il padre non riconosca il figlio fino alla fine. Fino all’ultimo sorso. Ma atteniamoci ai fatti: il luogo è l’Acetaia San Giacomo. L’occasione Lambruschi2. Il vino è il caleidoscopico Sottobosco Ca’ De Noci. Che ti frega. Perché ti parte con la salvia, netta, folgorante e un po’ di elegante balsamico che ti spiazzano un po’. In bocca è strano, parte bene, ma a metà ti spiazza: va in caduta libera per poi risalire pazientemente. Ma la bottiglia è appena aperta, e ti rendi conto subito che forse è meglio fargli prendere un po’ di aria.
Così lo riassaggi dopo un’ora. E pensi di aver sbagliato bottiglia, perché adesso ti porta ai tropici, ti offre un frutto della passione che ti sembra di mettere il naso in un succo di frutta Tropical. Esce poi la mora di rovo. Ma solo alla fine. Quella mora di rovo che Giovanni, l’enologo, aveva a lungo cercato e voluto, prima in cantina e poi durante tutta la serata di assaggi di lambruschi/non lambruschi alla cieca. E anche in bocca cambia, livellando quell’andamento ondivago dei tannini che l’ha fatto risalire nella classifica finale. Perché c’è stata una classifica finale, che ha decretato vinti e vincitori. Ma non ci interessa. E nemmeno interesserà a voi sapere che abbiamo massacrato un tre bicchieri, o che ci siamo tutti trovati d’accordo sul vincitore di una classifica che è stata più un gioco che altro. Ma questo poco importa, perché non c’era nessun critico, nessun guidaiolo, ma tutti scribacchini del web con il pallino del wi-fu, dal Piemonte alla Campania, riuniti in un vecchio casale della pianura padana per officiare la rinascita del Lambro, del vino che un tempo era da bere, e non da giudicare.
Finita la sbevazzata, a onor di cronaca, abbiamo proseguito con tortelli, reggiano di diverse età innaffiato di balsamico del padrone di casa e un fantasmagorico erborinato homemade da applausi.
Abbiamo finito con la Pandegusta, un assaggiamento di Panettoni in vista del Natale. Tralasciamo volentieri perché erano uno peggio dell’altro. Vediamo chi avrà il coraggio di scriverne.

 

Foto rubata a Intravino, dove Giovanni ha descritto (molto meglio di me) la sua serata

Vinini VS vinoni

Angelo Peretti (Internet Gourmet, ma anche molto altro) è il coniatore del termine vinino. In questa intervista ci spiega cos’è un vinino e perché sia da preferire a tanti vinoni. Un elogio ai vini facili da bere e da acquistare, a dispetto dei vini cosiddetti importanti, per i quali non si trova mai l’occasione giusta, le persone adatte, il cibo da accompagnare. Con il risultato di dimenticarli in cantina.

Da una foto, il futuro del vino

Capire che ne sarà di te da una foto digitale. Non è frutto di una stragoneria, né il soggetto dell’ultimo reality show. Piuttosto un interessante studio pilota in corso presso la Cantina di Castelnuovo del Garda, laddove il soggetto delle foto sono le uve conferite dai soci. Dall’analisi della colorazione si possono ricavare informazioni sulle caratteristiche delle uve senza bisogno di rompere gli acini per effettuare le analisi. Uve intatte, informazioni per come lavorarle acquisite.

Interessante anche l’utilizzo a fini comunicativi di questo progetto, compiuto dagli amici di Fermenti Digitali, che ha realizzato un video e rilanciato la notizia sul corporate blog dell’azienda.

Interrompiamo le trasmissioni

….per informarvi che il Baratto Wine Day sta per divenire realtà.

Grazie alla collaborazione di Andrea Bezzecchi e alla spinta di una serie di amici, in primis Filippo Ronco – il primo a sostenere e supportare l’iniziativa – ci troveremo a Reggiolo il 29 novembre per scambiare in libertà e senza l’ausilio di alcun tipo di moneta, vini, vinini e vinoni.

Seguiteci di per ulteriori informazioni.

[disclaimer] messaggio spudoratamente autopromozionale

L’arte di saperle raccontare. Le storie.

La creatività ci salverà. Lo diciamo da un bel po’ di tempo, noi. E quando è divertente, diventa pure contagiosa. Viral marketing. Niente a che vedere con l’influenza maiala, ma il sano principio secondo il quale le belle notizie (più in generale, le vere notizie) si diffondono da sole.


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In redazione: Davide Cocco, Anna Sperotto, Giada Azzolin, Carlotta Faccio, Chiara Brunato, Marco Zanella, Irene Graziotto, Marta Xerra, Elena Scarso, Micaela Tussetto

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