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Benvenuto fra noi

Se Angelo Gaja si chiama fuori dal dibattito on-line, non si può che essere contenti del primo intervento sul web di Alessandro Masnaghetti. Collaboratore per anni di Veronelli, responsabile delle prime edizioni della Guida dei Vini dell’Espresso, attualmente è editore e autore di Enogea, ottima rivista di critica enologica. Fra le varie cose è anche il marito di Maria Cristina Geminiani, titolare di quella Fattoria Zerbina che da molti è considerata l’azienda di riferimento per l’Emilia Romagna (assaggiate, se non l’avete già fatto, lo Scaccomatto).

Masnaghetti interviene, commentandolo, su un post scritto dai suoi colleghi e amici  Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili.

Bene, avanti così.

I mercati sono conversazioni

Inizia così il Cluetrain Manifesto, quel documento in 95 tesi che nel 1999 spiegò al mondo cosa stava cambiando nell’economia, nei mercati e nelle relazioni con l’avvento di internet e dei blog, nati nel 1997.
Sembra (ripeto sembra) non essersene reso conto Angelo Gaja, che ha chiamato a raccolta 20 lettori, o forumisti come confusionariamente li chiama lui, dei blog, per un tete a tete presso la sua cantina, per parlare della questione Brunello, che tanto sta appassionando il mondo enologico di questi tempi.
Le regole del gioco: 20 e non più di 20, solo lettori e solo incazzati, niente Ziliani, niente giornalisti e niente blogger, niente visite alla cantina, niente degustazioni. E, soprattutto, dopo l’incontro, zitti tutti: nulla deve trapelare di quanto discusso durante la riunione carbonara.
La prima reazione del sottoscritto è stata: questo non ha capito nulla delle dinamiche di internet e dei blog. E infatti è stata la reazione anche di Giampiero e di Massimo Bernardi. Un tranquillo, cortese ed educato NO, GRAZIE.
Sincermente pensavo anche che l’invito andasse deserto. E invece sembra che i posti a disposizione siano stati bruciati nel giro di pochissimo tempo.
Che dire? Ha vinto Gaja. E’ riuscito a far parlare di sé (quasi) tutta la blogosfera enologica italiana.
Resto comunque basito dalla rapidità con cui sono stati esauriti i posti a disposizione, anche se dubito che tutti rispetteranno l’impegno all’omertà.

E finisco come finisce il manifesto: ci stiamo svegliando e ci stiamo linkando. Stiamo a guardare, ma non ad aspettare.
E nemmeno zitti (aggiungo io).

P.S. è inutile che andiate a cercare il sito di Gaja. Non esiste.

Degustare, stupire, ricordare

Scopro grazie al blog di Lizzy che dieci Univeristà di dieci paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Brasile, Cina, Francia, Germania, Israele, Nuova Zelanda e Italia) hanno recentemente presentato i risultati di un’interessante ricerca. Con 2700 interviste hanno provato a capire come si sceglie l’acquisto di un vino al supermercato, in enoteca o al ristorante.

Risultato: in tutto il mondo si sceglie il vino più o meno allo stesso modo.
La principale molla che guida l’acquisto è l’esperienza, ovvero si continua a
scegliere il vino che già si conosce, che si è già bevuto e che sappiamo ci
piace. Questo vale tanto per gli italiani, quanto per gli americani, gli australiani e, perfino, per i cinesi.

Il secondo fattore di influenza è la raccomandazione da parte di qualcuno
che lo ha già assaggiato, anche se solo italiani, francesi e tedeschi si fidano
davvero dei sommelier dei ristoranti.

Quasi a nessuno importa di medaglie o bicchieri vinti o del grado alcolico.
Nessuno legge le retroetichette e solo brasiliani e cinesi guardano più la
marca del vitigno. Solo italiani e francesi (che sia che ne capiamo un po’ di
più?) prestano attenzione alla doc o aoc.

La ricerca si conclude con alcune raccomandazioni, dicendo più o meno:
“cari produttori, se volete vendere di più organizzate quante più
degustazioni presso i vostri rivenditori, fate venire i consumatori in cantina
e fateli degustare”. E poi: “create dei club del vino, date loro dei
vantaggi perché vi possano sostenere con le loro raccomandazioni”.

Esperienza e passaparola, siamo sulla strada giusta. Ma mi permetto di
aggiungere che non è tutto: non è detto che la mia esperienza di un vino con
cui entro in contatto sia necessariamente positiva e meritevole di essere ricordata. Si sceglie solo ciò che si
conosce, ma non TUTTO ciò che si conosce.

Mi spiego meglio. La mia propensione alla scelta dipende dalla qualità
dell’esperienza che ho fatto con quel vino, dal ricordo che saprà suscitare in
me e nelle persone che mi circondano. Sicuramente una bella gita sulla strada
del vino, una deliziosa cena, una degustazione ben condotta, l’incontro con persone interessanti lasciano
ricordi piacevoli. Più di una degustazione in un affollato e caldo padiglione
di una fiera.

In conclusione mi sento di dire: facciamo vivere belle esperienze ai nostri
potenziali consumatori, diamo loro modo di ricordare quel momento e buone
ragioni per parlarne con amici e conoscenti. Oltretutto è anche più divertente per chi organizza.

 

E’ l’Europa bellezza, l’Europa

Scusate se mi sveglio solo oggi, 13 agosto, ma ho un dubbio, un quesito.

Che fine faranno le nostre 38 DOCG quando entrerà in vigore la nuova OCM
vino (1 agosto 2009 – praticamente domani) e DOCG e DOC confluiranno
entrambe nella nuova denominazione DOP? C’è qualcuno che ne sta
parlando, qualche azienda o consorzio che sta analizzando le
conseguenze di questo appiattimento a livello di marketing dei nostri
vini? O ci sveglieremo il prossimo 31 luglio?

Hanno ammazzato il rating, il rating è vivo

Giampiero, dopo il suo viaggio di lavoro negli Stati Uniti, mi sembra sia tornato particolarmente carico di idee e di entusiasmo. Sicuramente un viaggio così ti permette di avere tanti stimoli e, soprattutto, tanto tempo per pensare e riordinare le idee. Ho trovato particolarmente interessante, visto che è uno dei miei pensieri ricorrenti degli ultimi tempi, il suo post sul rating del vino. Morto secondo lui.
Pur essendo d’accordo sul fatto che il modello lanciato da Parker stia scricchiolando, ho qualche dubbio sul fatto che sia giunto il momento di mandarlo definitivamente in pensione. In fin dei conti abbiamo tutti bisogno di un punto di riferimento, siamo animali sociali e abbiamo bisogno del confronto. E tutta la nostra vita è stata caratterizzata da punteggi e giudizi: il sufficiente-buono-distinto-ottimo delle elementari e delle medie, i sessantesimi della maturità, i centodecimi della laurea (per la mia generazione almeno).
Sono più convinto che la gente sia stanca di giudizi piovuti dall’alto, di esperti che arrivano ad assaggiare centinaia di vini al giorno e che, talvolta, hanno anche la pretesa di illuminarti la via. E che sia questo il vero motivo della “crisi” delle guide. E che sia questo il motivo del successo di siti come Expedia o Booking, che ti permettono di prenotare il volo, l’albergo e la macchina, ma che, soprattutto, ti fanno anche vedere cosa ne pensa la gente dei servizi di cui ha usufruito. Gente come me, come te, che ha provato sulla sua pelle la gentilezza del concierge o la polvere sul comodino della camera.
Tornando al mondo dell’enogastronomia, in quello della birra, a me tanto caro, ci sono famosi esempi di rating partecipato, come RateBeer, Beer Advocate o l’italiano Microbirrifici, e non esiste alcuna guida cartacea. Sono tutti siti che funzionano alla grande, che hanno migliaia di accessi e che dimostrano che c’è ancora tanta voglia da parte della gente di dare i voti a quanto consuma, e che questi voti li vuole condividere.
Per il vino sono d’accordo che ci sia molto lavoro da fare, cambiare i parametri di giudizio finora utilizzati, lavorare di lima e di cesello e tornare a riportare in primo piano l’esperienza sensoriale e l’aspetto emozionale.

So anche che qualcuno ci sta pensando. Vediamo chi arriverà primo e, soprattutto, chi avrà l’idea vincente.

Il cocktail consapevole conquista Venezia

Ieri ho avuto l’onore di far parte della giuria della prima tappa del Circuito del Cocktail Consapevole. Organizzato dall’AIBES di Venezia e fortemente voluto dal suo nuovo fiduciario, Roberto Pellegrini, il circuito ha lo scopo di diffondere la cultura del bere in maniera ragionata e responsabile, pur non rinunciando al gusto, al piacere e, aggiungo io, alla socialità del bere in compagnia.
I cocktail in gara erano 20, realizzati da altrettanti Barmen, ed erano tutti accomunati dalla bassa alcolicità (massimo 13°) e dall’utilizzo, come ingrediente base, del nuovo prodotto del vulcanico Roberto Castagner, l’Aqua 21 (ne ho una bottiglia in frigo, a stasera la degustazione).
Alla fine, dopo due ore – faticose – di assaggi, la giuria ha decretato il vincitore, anzi i vincitori ex-equo: Giampaolo Brignan del Cafè Quadri di Venezia con il suo erotika08 e Cristiano Luciani dell’Hotel Gritti Palace di Venezia con il long drink emotion.
Mi ha particolarmente sorpreso, in senso positivo, l’uso, nel cocktail di Luciani, di una bevanda ormai non più alla moda, ma che a me ricorda molto le estati della mia infanzia: la Cedrata. Bella anche la spiegazione sull’uso del cavallo di battaglia della Tassoni da parte del bravo barman. L’idea del cocktail, mi ha infatti confidato, gli è venuta scavando nei ricordi: quando da piccolo andava al bar con il nonno le bevande ordinate erano sempre le stesse, ovvero una grappa e una cedrata. E nel cocktail ritroviamo proprio questi due elementi miscelati, in un gioco sottile fra emozioni ritrovate ed equilibrio gustativo.
Ieri, a parte i due vincitori del concorso, ha sicuramente vinto l’AIBES di Venezia, con una proposta assolutamente controcorrente, ma condivisibile: educare al bere consapevole. Trasmettere l’aspetto socializzante del bere in compagnia e del piacere nella degustazione di un buon cocktail, di un buon vino, di una buona birra o di un buon distillato. Tenendo d’occhio la salute e il rispetto delle norme del codice della strada, e rispondendo, con i fatti, alla demonizzazione dell’alcol tanto di moda di questi tempi. Il pubblico ha dimostrato di gradire molto l’iniziativa, tanto da consumare più di mille cocktail consapevoli nel giro di due ore.
Il Circuito del Cocktail Consapevole continuerà a Bibione, in piazza Fontana, il 2 settembre, per poi proseguire al Caffè Pedrocchi a Padova il 9 settembre, e concludersi in una convention all’Hotel Gritti Palace di Venezia il 7 ottobre.

Per chi da casa volesse emulare i due vincitori, riporto di seguito gli ingredienti dei due cocktail:

erotika08
cl. 1,0 Grey Goose Orange
cl. 1,0 Aqua 21
cl. 2,0 Aperol
cl. 1,5 Frullato di fragole
cl. 0,5 Succo di lime
cl. 0,5 Zucchero liquido
frutto della passione, carota e fiori eduli

emotion
cl. 3,0 Midori
cl. 1,5 Aqua 21
cl. 1,5 Sambuca Averna, anice stellato e agrumi
cl. 6,0 cedrata
Lime e menta pestata – menta e fiori commestibili

Nella foto, di Roberto Gasparin, i due vincitori: a sinistra Giampaolo Brignan, a destra Cristiano Luciani.

Italian sparkling wine

Alcuni giorni fa è rimbalzata la notizia che la parola Prosecco è entrata a far parte del prestigioso dizionario americano Merriam-Webster’s Collegiate Dictionary. La definizione del termine italiano è la seguente: “sparkling italian wine”, ovvero vino italiano frizzante. Una vittoria per alcuni, un rischio e un’opportunità per altri, una perdita di identità per gli amici di Gustolocale.

La discussione è insomma aperta. Certo la perdita di identità è dietro l’angolo, il rischio che il merican gnorante (cit.) si beva come Prosecco quello che Prosecco non è c’è. Ma sono i rischi del mestiere. I rischi di un vino dai numeri impressionanti: 4.352 ettari coltivati, 3.500 viticoltori, 490 vinificatori e 135 impianti di spumantizzazione, per un totale di oltre 44 milioni di bottiglie di cui oltre 15 milioni esportate. Un vino che è anche stato messo in lattina (interessanti le parole di Zaia – andate a leggere), tanta è la sua popolarità nella confinante Mitteleuropa.


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