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Ancora sull’entropia

L’entropia è una funzione di stato che, in termodinamica, viene

interpretata come una misura del disordine di un sistema fisico o più
in generale dell’universo.

Mi pare che l’entropia del nostro sistema enogastronomico sia ormai vicina al limite di sopportazione. E quindi leggiamo di bottiglie d’acqua a 99€, Chateau Latour venduto a 170.000 $, tartufi a 200.000 $ (ok, si trattava di beneficienza, ma…) e birre che vengono dallo spazio.

Una risata vi seppellirà. Ne sono convinto.

Ebbrava Monica

Durante il convegno di presentazione della recente edizione di BCM (Bordolesi Cabernet Merlot) ho avuto la fortuna di avere accanto a me l’autrice di una delle cose più belle della manifestazione di Villa Favorita. Monica Sommacampagna è infatti la firma delle interviste ai nobili produttori che aprono il catalogo dei vini presenti. 21 interviste volutamente alla cieca (nel senso che le ha fatte al telefono), che, per una volta, mettono in primo piano gli uomini rispetto ai prodotti. Si percorre, quindi, tutto d’un fiato, l’italico stivale, dalla Sicilia di Planeta e Marzotto, fino all’Alto Adige di Goess-Enzenberg, scoprendo “conti correnti”, statue parlanti, accenti croccanti e avi che di mestiere facevano il Papa.

Quello di Monica è un lavoro che trova già spazio nella mia biblioteca personale e che, spero, troverà nuovo spazio in futuro in una nuova e ampliata edizione. Da leggere, assolutamente, seduti su di una poltrona posta di lato a una bella finestra, in un pomeriggio uggioso come quello di oggi.

Vendere vino ai cowboy del Texas

“Se riesco a vendere vino ai cowboy del Texas lo posso fare in tutto il mondo”. Questo l’assioma da cui è partito Hugh MacLeod per improvvisare (verbo non usato a caso) una campagna di comunicazione per promuovere il vino dell’azienda sudafricana Stormhoek.

Collaborano da molto Hugh e l’azienda vinicola: lui, il mago dei disegni dietro i biglietti da visita, ha realizzato per loro etichette, materiale divulgativo e molto altro ancora. La nuova sfida era promuovere il vino sudafricano in Texas, dopo che l’azienda aveva raggiunto un accordo perla distribuzione nello stato americano. Il problema era il budget, ridotto praticamente all’osso. La soluzione è stata un cartellone di 4×8 piedi (circa 1,2 x 2,4 m) dipinto da MacLeod stesso, che è stato posto in mezzo al deserto texano.

Non so se funzionerà, ma nella sua follia è geniale!

Ho già qualche idea per l’Italia….

Né stelle, Né stalle. E’ nato un forum.

Di loro dicono:

È nato il Forum della ristorazione italiana. Significativamente titolato “Né stelle Né stalle”, è attivo il primo Forum online dedicato ai ristoratori: www.forumristorazione.it. Realizzato da “Italia a Tavola” (primo network editoriale italiano nel mondo della ristorazione professionale) e dal portale “OlioVinoPeperoncino”, con la collaborazione di professionisti del settore, il Forum è un nuovo strumento di confronto che, senza preclusioni per nessuno, si rivolge a quella maggioranza di operatori dell’Horeca che sta a cavallo tra i top e i locali che fingono di fare ristorazione. Tecnicamente si tratta di un vero e proprio blog che punta al far dialogare un settore, quello della ristorazione, che risulta essere sempre più alla ricerca di un’identità. A dialogare saranno i ristoratori, quelli che ogni giorno sono sul campo, e a questi si affiancheranno nella moderazione (il cui coordinamento è affidato a Paolo Manfredi de “I Valtellina di Milano”) Matteo Scibilia, Francesco Turri e Alberto Lupini.

L’idea è buona, gli ideatori li conosciamo e li stimiamo. Non ci resta che mandare un grosso in bocca al lupo, con la speranza che questa iniziativa contribuisca ad allargare l’ambito di conversazione dai “soliti noti” a qualche voce nuova.

It’s only wine (but i like it)

Fermiamoci un attimo. Chiudiamo gli occhi e respiriamo. Rilassiamoci.

Parliamo un po’ di vino, di quello vero, di quello che fa il contadino in vigna e non di quello costruito in cantina. Di quello che il piccolo produttore ti fa assaggiare con orgoglio paterno direttamente dalle vasche quando lo vai a trovare. E poi ti accoglie in casa (dico: in casa, non in una asettica e superraffinata fintorustica saletta di degustazione). E che poi, quando esci con un cartone di bottiglie sottobraccio, te ne regala un paio “così le provi”. Di quel produttore che, chiamato durante la vendemmia per sapere come va, alla sera, anche se stanco ti richiama al cellulare. Di quello che ti ringrazia quando gli fai gli auguri di compleanno (grazie a Facebook) e per farlo ti richiama via Skype da un albergo in Germania. Di quello che ti dice che questa sarà un’ottima annata per il Recioto perchè la garganega ha sviluppato una buccia bella grossa. Di quello che fa ancora il vino in cisterne in cemento vetrificato. Di quello che, quando gli chiedi una vecchia annata per una serata ti tira fuori due Grand Cru del ‘98 senza battere ciglio solo perché sa che quelle bottiglie non avranno problemi ed è felice di regalartele. Di quello che ha le unghie nere e le mani ruvide e rovinate. Di quello che fa ancora il vino di suo padre, proprio perché era di suo padre. Di quello con i capelli lunghi che parla poco e ha sette ettari di vigneto tutti in affitto. E fa un vino che profuma di terra.

Parliamo di vino. Di quello che avete bevuto quando vostro marito vi ha chiesto di sposarlo. Di quello che avete messo in frigo quando è nato vostro figlio. Di quello bevuto alla vostra festa di laurea, durante una serata con la stufa accesa e i bimbi finalmente a letto, di quello che sognate la notte e di quello che pensate di usare per cucinare il brasato, visto che il Barolo non ve lo potete permettere e pensate che, in ogni caso, non lo utilizzereste di certo per cucinare. Di quello che è lì che aspetta l’occasione giusta.

Ecco: è questo il vino di cui mi piace parlare.
Ahh, l’ho detto.

“Ad esempio a me piace rubare
le pere mature sui rami se ho fame
e quando bevo sono pronto a pagare
l’acqua, che in quella terra è più del pane
Camminare con quel contadino
che forse fa la stessa mia strada
parlare dell’uva, parlare del vino
che ancora è un lusso per lui che lo fa ”

Rino Gaetano

Da grande voglio fare il wine blogger

Leggo, fra lo stupito e il divertito, le statistiche che il buon Ryan Opaz, uno dei padri dell’European Wine Blogger Conference, ha messo on line. Si tratta dei risultati di un questionario destinato ai wine blogger di tutto il mondo, che ha ricevuto 92 risposte, di cui 5 provenienti dal nostro paese.

Il dato che ha attirato di più la mia attenzione è stato l’average income, cioè le entrate medie annue di ogni singolo tenutario di blog dedicati al mondo del vino. Ebbene, la maggioranza, ovvero il 34,1%, ha dichiarato di introitare annualmente una cifra compresa fra i 100.000 e i 250.000 dollari (due persone hanno anche dichiarato di guadagnare più di 250.000 dollari).

A questo punto è ufficiale, ho deciso. Da grande voglio fare il wine blogger.

Chi mi spiega come si fa?

La vendemmia è on line

Nessuna pretesa di documentarismo. Nessuna pretesa di artisticità. Semplicemente una macchina fotografica che realizza anche filmati (di Davide Xodo, agronomo de Le Pignole) e un programmino di montaggio (di Davide Cocco, convinto Mac-artista di Studio Cru). Un’oretta di lavoro.

Basta poco per far “vedere” come avviene una vendemmia. E quindi quanta uva c’è effettivamente sulle piante, come viene raccolta e trattata. Trasparenza e un po’ simpatia: per noi sono gli ingredienti giusti di una buona comunicazione.

 

 

Il fotografo e il vignaiolo

Segnalo la mostra fotografica “Paesaggi e percorsi” aperta fino a fine novembre al ristorante Ca’Daffan di Arzignano. Raccoglie 18 scatti realizzati da Giò Martorana, fotografo di fama internazionale, per Stefano Inama, dell’omonima azienda agricola di San Bonifacio. Immagini che raccontano la vita in vigna ed in cantina cogliendone un’essenza che va ben oltre quella dell’aspetto agricolo ed economico.

Spiega il comunicato stampa:

Stefano Inama e Giò Martorana. Due personaggi già noti nei loro rispettivi ruoli che, insieme, scelgono di creare un percorso filosofico sul vino.
Giò Martorana, un curriculum di tutto rispetto, lavora come corrispondente ufficiale dell’agenzia Gamma di Parigi: i suoi servizi sono stati pubblicati sulle più prestigiose riviste italiane e straniere, come: Vogue, Elle, Marie Claire, Figaro Magazine, Life, Der Spiegel, Paris Match, G.Q., Time Magazine. Nel 1997 viene scelto da William Livingston di National Geographic per comparire nel documentario “The Italians”, quale protagonista del successo dello stile italiano nel mondo, insieme a Krizia e a Sergio Pininfarina. Nel 1999, per l’attività svolta nel campo della fotografia ritrattistica, gli viene assegnato il premio U.N.E.S.C.O..
Stefano Inama, dopo la laurea in scienze delle preparazioni alimentari a Milano, completa la specializzazione in biologia applicata presso il Cranfield Institute of Technology, iniziando ad operare nel settore delle bio-trasformazioni. Contemporaneamente, a partire dal biennio 1990-91, la sua passione per il vino vede nascere le prime prove di vinificazione sperimentale all’interno dell’azienda paterna. Le prime bottiglie sono del ’91. A seguire, altre, nel triennio 92/93/94. Ma l’esordio della prima annata, per la prima produzione visibile, presentata al grande pubblico, segna il 1995. E dall’anno successivo, il 1996, arrivano i riconoscimenti delle più importanti guide del settore nazionali e internazionali.
Wine Spectator ha classificato l’Azienda Agricola INAMA tra le prime cento aziende ‘TOP 100’ nel mondo, prendendo esame 12.500 aziende in tutto il mondo in considerazione dell’alto punteggio, della produzione e del rapporto qualità/prezzo – in quest’ambito è risultata addirittura seconda al mondo -.

Ovvio che la visita della mostra (aperta tutti i giorni dalle 11 alle 12.30 e dalle 18 alle 19.30 tranne domenica e lunedì) si apprezza appieno solo se accompagnata a qualche piatto uscito dalla cucina di Gianni Battistella e ad almeno un paio di calici di Inama. Da non perdere: Vulcaia Sauvignon 2006 e Oratorio San Lorenzo Carmenere 2004.

Parlarsi addosso

L’impressione è quella: il nostro settore è troppo spesso autoreferenziale.
L’autunno, si sa, è periodo di guide, di riconoscimenti elargiti dalle varie case editrici a vini e ristoranti. E come sempre si assiste all’infuriare di polemiche, alle prese di posizione, agli orgasmi da premio da parte dei produttori/ristoranti premiati passando per le incazzature di chi è stato escluso.
Per cosa poi? Per vedere il proprio nome associato a delle stelline, dei bicchieri, delle bottiglie? Si, lo so, fa piacere (farebbe piacere pure a me). Ma rendiamoci conto di una cosa: purtroppo tutto resta fra noi, ci parliamo addosso.
Facciamo un esempio a caso: quest’anno per il Gambero Rosso i due migliori cuochi d’Italia sono Fulvio Pierangelini e Gennaro Esposito. Siamo di fronte, secondo il mensile romano, al gotha della ristorazione nazionale.
Ma se ci mettiamo in centro a Milano a chiedere alla gente della strada chi sono questi due signori, quanti sapranno riconoscerli? Il 2%? Il 3%? Quanti conoscono Gaja? Quintarelli? Bucci? Eppure tutti conoscono Vissani.

E allora usciamo un po’, respiriamo un po’ di aria nuova.
Lo so che è una lotta contro i mulini a vento, ma tentar non cuoce.


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Direttore responsabile: Michele Bertuzzo
In redazione: Davide Cocco, Anna Sperotto, Giada Azzolin, Carlotta Faccio, Chiara Brunato, Marco Zanella, Irene Graziotto, Marta Xerra, Elena Scarso, Micaela Tussetto

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