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Nella mia cantina di casa convivono vino, olio e birra. Tutti con la stessa dignità, senza snobismi di sorta.

La sezione birra è occupata prevalentemente da prodotti belgi, ma ospita molto amorevolmente anche interessanti realtà artigiane italiane (da Baladin a Birra del Borgo, da Villa Pola al Babb). Ieri però ho accompagnato la mia ricottina del pluripremiato caseificio Gugole Dario e le zucchine saltate in padella con olio monocultivar grignano dell’azienda agricola San Cassiano di Mezzane e aglio novello, con una birra che la cantina non l’ha proprio vista. E’ passata direttamente dallo scaffale del supermercato al freezer (qualcuno mi regala un abbattitore?) e poi alla tavola. Per curiosità più che altro.

Si trattava della nuova creatura della antica Fabbrica Pedavena, salita agli onori della cronaca alcuni anni fa a causa della minaccia di chiusura da parte dell’allora proprietario: il gruppo Heineken (dedicheremo un post fra qualche tempo alle proprietà delle birre commerciali italiane). Il birrificio fortunatamente è stato in seguito venduto alla Birra Castello di Udine, che ne ha rilanciato l’attività. Io l’ho visitata un’unica volta in occasione dell’ultima (ahimè) visita in Italia del maestro di tutti noi amanti della birra: Michael Jackson.

Una lodevole iniziativa ha recentemente portato alla realizzazione e quindi commercializzazione di una birra definita “a chilometri zero”. Questo perchè, per la sua produzione, viene esclusivamente utilizzato malto d’orzo prodotto in loco da contadini che hanno sottoscritto con la fabbrica un contratto di filiera, grazie alla collaborazione della Regione Veneto e di Slow Food. La birra in questione è stata chiamata Birra Dolomiti.

Leggo sul retro etichetta:

Birra a “chilometri zero” prodotta con l’acqua sorgiva delle Dolomiti e con l’orzo coltivato da agricoltori locali, recuperando la tradizionale coltura che si era persa nel tempo.
L’intera filiera dall’orzo alla birra ha seguito i criteri di sostenibilità ambientale, in linea con i valori dell’antica fabbrica di Pedavena e con gli ideali che ne hanno ispirato il suo nuovo corso. I lunghi tempi di fermentazione e di maturazione a basse temperature consentono di ottenere un lento affinamento organolettico che conferisce un’elevata intensità olfattiva e un gusto complesso e fruttato, con note di mela, vaniglia e mandorla. Nel retrogusto emerge un floreale sentore di luppolo, mentre il colore ricorda le sfumature del miele dai riflessi dorati.


Il packaging, a mio gusto, è molto indovinato, elegante ed essenziale. La prima cosa che noto quando la verso è la quasi totale mancanza di schiuma. Se ne forma si e no mezzo centimetro, che scompare in un attimo. Al naso effettivamente mantiene quanto promette, con un bel fruttato che ricorda la mela (più una Golden che una Granny Smith) e la pesca, e una nota di mandorla amara che tarda ad uscire, ma alla fine arriva. In bocca è bella calda, corposa, morbida, ma si percepisce molto poco il luppolo. Sarebbe interessante andare a vedere che luppoli utilizzano, in quanto l’impressione è quella dell’utilizzo di luppoli aromatici più che quelli da amaro.
Il grado alcolico (6,7°) non si fa particolarmente sentire e la bevuta prosegue liscia e senza intoppi fino alla fine.
Una birra quindi piacevole, di facile beva, forse un po’ ruffiana, ma frutto di una iniziativa lodevole e prodotta da una realtà sicuramente da sostenere e supportare. Sicuramente da provare.


Nota a margine.
A proposito di San Cassiano: tanti complimenti a Mirko, il suo giovane titolare. Si è aggiudicato, per il secondo anno di fila, le tre olive sulla guida agli extravergini di Slow Food con il suo Monte Guala, olio monocultivar Grignano denocciolato.

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