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Veneziani, gran signori;
Padovani, gran dotori;
Visentini magna gati;
Veronesi tutti mati;
Udinesi, castelani, col cognome de furlani;
Trevisani, pan e tripe;
Rovigoti, baco e pipe;
i Cremaschi, fa cogioni; (sciocchi)
i Bressan, tagiacantoni; (infidi)
ghe n’è anca de più tristi:
bergamaschi brusacristi
E Belun? Pòreo Belun
te sè proprio de nisun!

Per chi ci segue non è una novità: la settimana scorsa c’è stato il Gata Day. E i pasticceri artigiani del Consorzio La Gata hanno presentato 21 nuovi prodotti che, essendo figli de La Gata sono stati chiamati I Gatei (i gattini in dialetto vicentino).
Succede anche che Studio Cru si occupi di ufficio stampa e che quindi rediga e diffonda fra giornalisti, portali e blogger diversi comunicati stampa nel corso dell’anno. Uno di questi, dedicato proprio al Gata Day, aveva come titolo “I vicentini mangiano i Gatei”. Era un gioco, ed era anche un modo per riprendere il claim del dolce, che recita “I vicentini magna La Gata”. Perché noi vicentini, da secoli, siamo legati all’appellativo magnagati. E da secoli ci conviviamo volentieri, con una sana dose di leggerezza e autoironia.
Ironia che, ahimè, non è dote comune a tutti.
Capita così che una giornalista di Milano, vistasi recapitare il comunicato stampa dal titolo tanto dissacrante, abbia reagito scrivendo le seguenti parole (errori e maiuscolo compresi):

“PRECISAZIONI SENZA SCHERZI NE ORONIA. PREMETTO CHE SONO ANIMALISTA E VEGETARIANA   GATTOFILA E ALTRO

NON SCHERZO SU NESSN ESSERE VIVENTE, LE SPIRITOSAGGINI NON MI PIACCIONO E RITENGO POCO SERI E AUTOREVOLI QUELLI CHE CI MARCIANO E CI SCHERZANO SOPRA

OGGI  AVERE UN AMICO OMOSSEUOLA,OESSERLO A AVERE FIGLI TALI O DELINQUENTI, PER  L’ODIERNA SOCIETA’ E’ MEGLIO CHE NON ESSERE VEGETARIANI O ANIMALISTI

IN QUESTA GRASSA E SCHIFOSA SOCIETà  CHE ANCHE POLITICAMENTE FDEL TERRORISMO SU TUTTO…. MI SONO FATA CAPIRE…… ALLORA NON INVIATEMI CERTI COMUNICATI NEMMENO CON UN SIMILE TITOLO.. SONO OFFENSIVI E LEDONO LA MIA PERSONALITA’”

Tralascio, con ribrezzo, le derive omofobe che traspaiono dal terzo periodo e mi chiedo se tutto questo sarebbe accaduto anche prima delle parole di Bigazzi, che tanto scandalo, per nulla, hanno provocato nell’opinione pubblica italiana. Perché è indubbio che quei pochi secondi che sono andati in onda durante La Prova del Cuoco sono, per l’argomento “gatto”, un vero e proprio spartiacque. Un punto di non ritorno che ha spostato per sempre gli equilibri di tutte le discussioni presenti e future su questo animale.
Che i gatti si mangiassero in passato è noto. Basta leggere “Perché ci chiamano Vicentini Magnagati” di Antonio Di Lorenzo per rendersene conto. Se è vero, come è vero, che Charles Dickens nel suo “Il circolo Pickwick”, pubblicato nel 1836, parla del pasticcio di gatto, anche noi italiani non siamo da meno. Lo dimostra la circolare del Ministero dell’interno del 1943, con numero di protocollo 15320/10089, poi trasformato in decreto dai prefetti di tutta Italia. Il Ministero, preoccupato per la diminuzione del numero di gatti e il conseguente aumento dei ratti, vietava “l’uccisione dei gatti sia che essa sia fatta al fine dell’utilizzazione delle pelli e dei grassi che per il consumo delle carni”. Ma erano tempi duri, c’era la guerra e la fame era tanta. Tanto da spingere Mario Rigoni Stern, nel suo “Il sergente nella neve” a scrivere: “Per Natale volevo mangiarmi un gatto e farmi con la pelle un berretto. Avevo teso anche una trappola, ma erano furbi e non si lasciavano prendere. Avrei potuto ammazzarne qualcuno con un colpo di moschetto, ma ci penso soltanto adesso ed è tardi. Si vede proprio che ero intestardito di volerlo prendere con la trappola, e così non ho mangiato polenta e gatto e non mi sono fatto il berretto di pelo”.
Oggi il cibarsi di un gatto sarebbe una vera idiozia, ma, per favore, permetteci di scherzare ancora. Permettetelo a una città e a una provincia che da secoli è legata a doppio filo ai gatti, che da 36 anni applaude un fantastico gruppo di “folkabaret” che si fa chiamare Anonima Magnagati, che ha un dolce tipico che si chiama La Gata, che ha come mascotte del Vicenza Calcio Gatton Gattoni, che ha la Polizia Municipale che utilizza come simbolo un gatto, che ha il gatto come simbolo di più di trenta associazioni sportive o di volontariato e che sta pensando di fare anche un monumento dedicato al gatto.
Io continuerò a farlo, e continuerò ad ascoltare con il sorriso sulle labbra l’“Inno dei magnagati”.

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