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L’impressione è quella: il nostro settore è troppo spesso autoreferenziale.
L’autunno, si sa, è periodo di guide, di riconoscimenti elargiti dalle varie case editrici a vini e ristoranti. E come sempre si assiste all’infuriare di polemiche, alle prese di posizione, agli orgasmi da premio da parte dei produttori/ristoranti premiati passando per le incazzature di chi è stato escluso.
Per cosa poi? Per vedere il proprio nome associato a delle stelline, dei bicchieri, delle bottiglie? Si, lo so, fa piacere (farebbe piacere pure a me). Ma rendiamoci conto di una cosa: purtroppo tutto resta fra noi, ci parliamo addosso.
Facciamo un esempio a caso: quest’anno per il Gambero Rosso i due migliori cuochi d’Italia sono Fulvio Pierangelini e Gennaro Esposito. Siamo di fronte, secondo il mensile romano, al gotha della ristorazione nazionale.
Ma se ci mettiamo in centro a Milano a chiedere alla gente della strada chi sono questi due signori, quanti sapranno riconoscerli? Il 2%? Il 3%? Quanti conoscono Gaja? Quintarelli? Bucci? Eppure tutti conoscono Vissani.

E allora usciamo un po’, respiriamo un po’ di aria nuova.
Lo so che è una lotta contro i mulini a vento, ma tentar non cuoce.

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